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di Johan Norberg (Direttore Idee Politiche, Istituto Timbro
- Svezia) -

- [traduzione eseguita da Giampietro Lea - Istituto Venezie]
Il nostro partito anarchico vinse le elezioni scolastiche!
Accadde durante il semestre autunnale del 1988 nella nostra
scuola - avevamo circa 16 anni a quel tempo - posta alla periferia
ovest di Stoccolma. Come aveva sempre fatto nel periodo di
elezioni politiche nazionali, la nostra scuola indisse delle
proprie "elezioni scolastiche". Tuttavia, io ed
il mio miglior amico Markus non credevamo nel sistema. Dal
nostro punto di vista il sistema elettorale maggioritario
era paragonabile a due lupi ed un agnello che votavano su
cosa mangiare per cena. La scuola voleva che eleggessimo qualcuno
che ci facesse da capo, noi invece volevamo essere i soli
a decidere della nostra vita.
Ritengo che in parte facemmo tutto ciò perché
ci sentivamo diversi dagli altri. Io ero appassionato di musica
elettronica e goth, vestivo preferibilmente di nero e tenevo
i capelli pettinati all'indietro. Noi volevamo suonare musica
e leggere libri, mentre gli altri, apparentemente, si preoccupavano
piuttosto di possedere gli accessori all'ultima moda e di
conformarsi al gruppo. Ai nostri occhi, i partiti di destra
erano espressione della classe aristocratica, categoricamente
contrari a tutto ciò che fosse diverso. Tuttavia non
ci sentivamo a nostro agio nemmeno coi partiti di sinistra,
che ai nostri occhi stavano a significare inquadramento oppressivo
e grigia burocrazia governativa. Anche se preferivamo il gruppo
musicale "Sisters of Mercy" ed il cantante
punk svedese Thåström, erano le parole di John
Lennon "imagine there's no countries" ["immaginatevi
non ci siano nazioni"] in cui credevamo. Gli stati
nazione dovrebbero essere aboliti e dovrebbe esser permesso
alle persone di muoversi liberamente, di cooperare di propria
libera volontà, ovunque nel mondo. Volevamo un mondo
senza obblighi, senza governanti. Chiaramente, quindi, non
eravamo né di destra né di sinistra, né
conservatori né socialdemocratici. Eravamo anarchici!
E così fondammo il "Fronte Anarchico" e
ci presentammo come candidati alle elezioni scolastiche con
un programma radicale ed umoristico. Appendemmo ai muri della
scuola manifesti scritti a mano, con frasi del tipo: "Chi
dirigerà la tua vita, tu oppure 349 deputati?"
Chiedevamo l'abolizione del governo e ... del divieto di tener
le biciclette nel cortile della scuola. La maggior parte degli
insegnanti non accolse ciò di buon occhio, ritenendo
che stessimo trasformando le elezioni in farsa; noi, invece,
ritenevamo stessimo facendo sentire le nostre voci secondo
il vero spirito della democrazia. Il venir convocati nell'uffico
del preside per una ramanzina, non fece altro che rafforzare
il nostro spirito ribelle.
Ottenemmo buoni risultati in una dura campagna elettorale,
raccogliendo il 25% dei voti. I socialdemocratici arrivarono
secondi con il 19%. Eravamo al settimo cielo, convinti che
questo sarebbe stato l'inizio di un qualcosa di grande ...
Tutto ciò accadde 19 anni fa. Nel frattempo, ho cambiato
opinione su diverse cose. Mi sono reso conto che questioni
riguardanti gli individui, la società e la libertà
sono più complicate di quanto pensassi allora. Ci sono
troppi problemi e complessità per poter risolvere il
tutto radicalmente ed utopisticamente in un colpo solo. Mi
sono reso conto che abbiamo certamente bisogno vi sia un qualche
tipo di governo per proteggere la libertà ed impedire
ai potenti di tiranneggiare la gente, ed ora credo che il
sistema rappresentativo democratico, proprio al fine di proteggere
i diritti dell'individuo, sia preferibile a qualsiasi altro
sistema. Mi rendo conto, ora, che la società industriale
moderna, di cui diffidavo così tanto, ha invece reso
possibile un tenore di vita fantastico ed una libertà
molto diffusa. Ma il mio bisogno fondamentale ed imperioso
di libertà è ancora oggi lo stesso che avevo
durante quella entusiasmante campagna elettorale del 1988.
Voglio che gli individui siano liberi, che nessun individuo
possa tiranneggiare altri, e che ai governi venga impedito
di rinchiudere la gente entro le proprie frontiere o di impedirne
l'ingresso con dazi e confini.
È per questo che amo il concetto di ciò che
viene chiamato piuttosto aridamente "globalizzazione",
processo tramite il quale individui, informazioni, commercio,
investimenti, democrazia edeconomia di mercato tendono sempre
più ad attraversare i confini nazionali. Questa internazionalizzazione
ha diminuito le restrizioni imposteci dai confini stabiliti
sulle cartine geografiche.
Il potere politico è sempre stato una creatura della
geografia, basato sul controllo fisico di un certo territorio.
La globalizzazione ci sta permettendo sempre più di
scavalcare questi territori, viaggiando di persona e commerciando
od investendo oltre i confini nazionali. Le scelte e le opportunità
a nostra disposizione si sono moltiplicate grazie alla diminuzione
delle spese di trasporto, all'acquisizione di nuovi e più
efficienti mezzi di comunicazione, ed alla liberalizzazione
del commercio e del movimento dei capitali.
Non siamo obbligati a comprare prodotti dalla grossa ditta
locale; possiamo rivolgerci ad un concorrente estero. Non
siamo obbligati a lavorare per l'unico datore di lavoro presente
nel villaggio; possiamo andare a cercare altre opportunità.
Non siamo obbligati ad accontentarci delle attrazioni culturali
locali; la cultura di tutto il mondo è a nostra disposizione.
Non siamo obbligati a trascorrere l'intera nostra vita nello
stesso luogo; possiamo viaggiare e trasferirci altrove.
Questi fattori fanno sì che il nostro modo di pensare
venga reso libero. Non ci accontentiamo più di seguire
la "routine" locale: vogliamo scegliere liberamente
ed in maniera attiva. Aziende, politici ed associazioni debbono
compiere uno sforzo per suscitare l'interesse od ottenere
il sostegno di individui che hanno un intero mondo di opzioni
da cui poter scegliere. La facoltà di poter controllare
la nostra stessa vita sta crescendo, e con essa sta crescendo
di pari passo la prosperità.
È per questo che provo disprezzo per quegli individui
che, definendosi anarchici, si impegnano nella battaglia sulla
globalizzazione - ma non a favore di essa, bensì contro!
Nel giugno del 2001, mi recai a Göteborg, in Svezia,
per il vertice dell'Unione Europea. Ci andai per spiegare
che il problema della UE consiste nel fatto che, sotto vari
aspetti, essa sta combattendo contro la globalizzazione e
la liberalizzazione, e per presentare il mio punto di vista
secondo il quale le frontiere dovrebbero venir aperte ed i
controlli smantellati.
Non mi fu mai data la possibilità di poter fare il
mio discorso. Il luogo dove avrei dovuto parlare si trovò
improvvisamente al centro di una zona di battaglia, nella
quale i cosiddetti anarchici anti-globalizzazione stavano
distruggendo negozi e lanciando pietre contro gli agenti di
polizia i quali stavano cercando di difendere un incontro
democratico. Questi erano "anarchici" che
esigevano l'instaurazione di proibizioni e controlli e lanciavano
pietre contro coloro che avevano valori diversi dai loro;
"anarchici" che richiedevano con insistenza
che i governi tornassero ad imporre la propria autorità
su quegli individui che non si sentivano più vincolati
dai confini nazionali. Essi rendevano il concetto di libertà
una farsa. Dal punto di vista del nostro allegro Fronte Anarchico,
persone di questo genere non avevano niente a che vedere con
l'anarchia. Nel nostro semplificato vocabolario giovanile,
essi erano se mai fascisti.
Ma questa violenza è solo una parte di un movimento
più vasto che non approva l'aumento della globalizzazione.
In questi ultimi anni, un crescente numero di persone si lamenta
che la nuova libertà e l'internazionalismo sono andati
troppo oltre, facendo sorgere una specie di "iper-capitalismo".
Che il movimento di protesta contro questo tipo di capitalismo
più globale si faccia chiamare radicale e dichiari
di portare avanti idee nuove ed entusiasmanti, non cambia
il fatto che i suoi argomenti rappresentino in realtà
la stessa vecchia opposizione al libero mercato ed al libero
scambio che hanno sempre mostrato avere i vari governi nazionali.
Molti gruppi - regimi dittatoriali del Terzo Mondo ed Eurocrati,
movimenti agrari ed aziende aventi un monopolio, intellettuali
conservatori e movimenti della nuova sinistra - temono che
una umanità "globalizzata" acquisisca
più potere a spese delle istituzioni politiche. Tutti
questi gruppi si trovano d'accordo nel considerare la globalizzazione
come un mostro completamente impazzito, un mostro che deve
essere fermato e messo in gabbia.
Gran parte delle critiche contro la globalizzazione si basano
su una rappresentazione di essa come un qualcosa di grosso
e minaccioso. Spesso tali critiche non sono argomenti ragionati,
ma categoriche descrizioni della situazione. Ad esempio, i
critici potrebbero dire che 51 delle maggiori economie mondiali
sono rappresentate da aziende oppure che vi sono in movimento
ogni giorno nei mercati finanziari circa 1500 miliardi di
dollari, come se tali dimensioni fossero di per sé
qualcosa di intrinsecamente pericoloso e terrificante. Ma
questa è aritmetica, non è una argomentazione
ragionata. Rimane tuttora da dimostrare che grosse aziende
od elevati giri d'affari siano di per sé stessi un
problema. Spesso, i denigratori si dimenticano di portare
prove a sostegno di tali loro affermazioni. In questo libro
io discuterò a favore dell'opinione opposta: "Purché
si abbia la libertà di scegliere e decidere noi stessi,
non vi è niente di male se certe forme di cooperazione
volontaria hanno successo e si ingrandiscono".
Tali cifre impressionanti ed il termine astratto "globalizzazione"
- coniato agli inizi degli anni sessanta ma entrato nell'uso
comune solo a partire dagli anni ottanta - evocano l'immagine
di una forza anonima, enigmatica e sfuggevole. Per il semplice
fatto che la globalizzazione è governata dalle azioni
individuali delle persone nei diversi continenti, e non da
una cabina di controllo centrale, essa appare indisciplinata,
caotica. Benjamin Barber, teorico politico, espresse il pensiero
di un gran numero di intellettuali aventi vedute simili alle
sue, quando egli si lamentò dell'evidente assenza di
"poteri utilizzabili in modo concreto, capaci di contrastare,
domare ed incivilire le forze anarchiche dell'economia globale."(1)
Molti si sentono impotenti di fronte alla globalizzazione,
e questa sensazione è comprensibile se si va a considerare
la quantità di decisioni prese in modo decentralizzato
da milioni di persone. Se gli altri sono liberi di gestire
la propria vita, noi non abbiamo alcun potere su di loro.
Ma, in cambio di ciò, acquisiamo un nuovo potere sulla
nostra vita. Questa mancanza di potere è una cosa positiva.
Non c'è nessuno sul sedile del guidatore, poiché
tutti noi abbiamo il volante in mano.
L'Internet appassirebbe e morirebbe se non spedissimo posta
elettronica, ordinassimo libri e scaricassimo musica tramite
questa rete elettronica globale tutti i giorni. Nessuna azienda
importerebbe beni dall'estero se non li volessimo comprare;
nessuno investirebbe soldi oltre confine se non vi fossero
lì degli imprenditori locali desiderosi di espandere
aziende già esistenti oppure di metterne in piedi di
nuove in risposta alle richieste dei consumatori. La globalizzazione
è composta dalle nostre azioni quotidiane. Mangiamo
banane dell'Ecuador, beviamo vino Francese, guardiamo film
Americani, ordiniamo libri dalla Gran Bretagna, lavoriamo
per aziende che esportano merci verso la Germania e la Russia,
andiamo in vacanza in Tailandia, e mettiamo da parte soldi
per la pensione in fondi che investono in Sud America ed in
Asia. I capitali vengono incanalati da enti finanziari e le
merci vengono trasportate oltre confine da aziende; ma essi
fanno ciò solo perché siamo noi che glielo chiediamo.
La globalizzazione avviene dal basso, sebbene i politici la
rincorrano con tutta una serie di abbreviazioni ed acronimi
(UE, FMI, ONU, OMC, UNCTAD, OCSE) nello sforzo di strutturarne
l'andamento.
Naturalmente, non sempre è facile tenersi al passo
coi tempi, specialmente per quegli intellettuali che hanno
l'abitudine di avere tutto sotto controllo. In un libro su
Erik Gustaf Geijer, poeta e storico svedese del XIX secolo,
Anders Ehnmark scrive, quasi con invidia, che Geijer riusciva
a tenersi aggiornato su tutti gli importanti avvenimenti mondiali,
semplicemente rimanendo seduto ad Uppsala e leggendo l'Edinburgh
Review e il Quarterly Review(2). Ecco quanto può essere
semplice e comprensibile il mondo quando solo un'élite
minuscola nelle capitali Europee può variare il corso
degli eventi mondiali. E quanto complesso e disorientante
stia divenendo il tutto ora che gli altri continenti si stanno
svegliando e gli eventi cominciano ad essere influenzati anche
dalle decisioni quotidiane della gente comune. Non c'è
da meravigliarsi quindi che le persone in posizioni d'autorità,
gli individui con potere decisionale ed i politici sostengano
che "noi" (significando "loro")
perdiamo potere a causa della globalizzazione. Sono loro che
hanno perso parte di tale potere a favore nostro - a favore
cioè dei comuni cittadini.
Non tutti noi entreremo a far parte del "jet-set"
globale, ma non è necessario farne parte per poter
partecipare al processo di globalizzazione. In particolare,
il benessere dei poveri e di coloro che non hanno il potere
di cambiare il proprio stato di cose viene aumentato enormemente
quando i prodotti di basso costo non vengono più esclusi
mediante barriere tariffarie e quando gli investimenti stranieri
offrono occupazione e sveltiscono la produzione. Coloro che
abitano ancora nel luogo in cui sono nati si trovano nella
posizione di poter trarre enormi benefici se viene permesso
un libero flusso di informazioni attraverso i confini, e se
sono liberi di scegliere i propri rappresentanti politici.
Ma quanto sopra richiede ulteriori riforme democratiche ed
ulteriore liberalizzazione economica.
Il volere maggior libertà di scelta e di decisione
può sembrare una cosa banale, ma non lo è. Per
coloro tra noi che abitano in paesi ricchi, l'avere a disposizione
opzioni non locali può apparire un lusso, o può
persino dar fastidio. Qualunque sia la vostra opinione sulle
caffetterie Starbucks o sui programmi televisi Americani del
tipo "reality show", essi non sono del tutto
detestabili. Be', almeno per quanto riguarda gli Starbucks.
Il tipo di vita, da cui la globalizzazione libera gli abitanti
del Terzo Mondo, questa sì che è veramente detestabile.
Per i poveri, la vita significa miseria degradante, sudiciume,
ignoranza ed impotenza a variare il proprio stato di cose;
significa non sapere mai da dove arriverà il prossimo
pasto; significa dover camminare parecchie miglia per raccogliere
acqua che potrebbe anche non essere potabile.
Quando la globalizzazione bussa alla porta di Bhagant, anziano
contadino ed "intoccabile" del villaggio
indiano di Saijani, essa ha come risultato che le case vengono
ora costruite in mattoni anziché di fango, che la gente
può portare scarpe ed indossare vestiti puliti, anziché
stracci. Le strade hanno ora scoli di drenaggio ed il fetore
dei rifiuti è stato sostituito dal profumo della terra
coltivata. Trent'anni fa Bhagant non sapeva di vivere in India.
Oggi, egli guarda in televisione i notiziari internazionali.(3)
Questa nuova libertà di scelta significa che la gente
non è più limitata a lavorare per gli unici
datori di lavoro del villaggio, i potenti proprietari di grandi
fattorie. Quando le donne ottengono un lavoro fuori casa,
esse acquisiscono anche maggior potere in ambito famigliare.
La presenza di nuovi mercati finanziari significa che i figli
di Bhagant non sono costretti a chiedere in prestito soldi
ad usurai, i qualiriscuotono il debito nella forma di ore
lavorative future. Il giogo dell'usura, per mezzo del quale
l'intero villaggio veniva nel passato tenuto in schiavitù,
svanisce una volta che gli individui hanno la possibilità
di recarsi presso banche diverse ed hanno l'alternativa di
ottenere un prestito da quest'ultime.
Nella generazione di Bhagant erano tutti analfabeti. Nella
generazione dei suoi figli, furono pochi quelli che poterono
andare a scuola, e nella generazione dei suoi nipoti, vanno
tutti a scuola. Bhagant constata che le cose sono migliorate.
Libertà e prosperità sono aumentate. Oggi, il
grosso problema è il comportamento dei giovani. Quando
lui era giovane, i figli erano obbedienti ed aiutavano in
casa. Ora essi sono diventati spaventosamente indipendenti
e si guadagnano uno stipendio proprio. Tali cose possono creare
tensioni, senza alcun dubbio, ma ciò non è paragonabile
al rischio di dover veder morire i propri figli, oppure di
doverli vendere ad un usuraio.
La posizione che Voi, ed io, ed altri, nei paesi privilegiati
del mondo, assumeremo in merito alla questione scottante della
globalizzazione potrà determinare se ulteriori persone
potranno beneficiare del tipo di sviluppo avvenuto nel villaggio
di Bhagant o, se si dovrà invertire la marcia di tale
sviluppo.
I critici della globalizzazione cercano spesso di far apparire
che esista una cospirazione segreta di predatori del mercato,
neo-liberali*, avente come obiettivo che il capitalismo ottenga
il dominio del mondo. Vi è il teorico politico John
Gray, ad esempio, che descrive la diffusione delle politiche
di libero mercato come un colpo di stato virtuale attuato
da ideologi "radicali" che riescono ad "infiltrarsi"
nel governo. "L'obiettivo di questa rivoluzione,"
secondo Gray, "era quello di isolare in modo irreversibile
le politiche neo-liberali dal dovere democratico di assumersi
le proprie responsabilità in ambito politico."(4)
Alcuni esperti - tra i quali vi sono Robert Kuttner, editore
del The American Prospect, e l'economista Joseph Stiglitz
-, giungono persino a definire il sostegno agli ideali del
libero mercato come una specie di culto quasi-religioso, che
loro chiamano "fondamentalismo mercantile".
Tuttavia, deregolamentazione, privatizzazione e liberalizzazione
del commercio non furono inventati da ideologi ultra-liberali.
È vero che ci furono dei leader politici - Reagan e
Thatcher, ad esempio - che trassero ispirazione dal liberismo
economico; ma i maggiori riformatori sono stati in Cina e
nell'Unione Sovietica i comunisti, in America Latina i protezionisti,
ed in Asia i nazionalisti. In molti altri paesi Europei, tale
progresso è stato stimolato dai socialdemocratici.
In sunto, l'idea che esista una cospirazione di ultra-liberali
intenti ad attuare una rivoluzione per mezzo di una terapia
d'urto è completamente fuori bersaglio. Al contrario,
si tratta di politici pragmatici, spesso antiliberali, resisi
conto che i loro governi si sono spinti troppo verso il fanatismo
dei regolamenti, e che proprio per questa ragione hanno cominciato
a liberalizzare l'economia dei propri paesi. L'accusa che
il mondo è dominato dai liberal-capitalisti deve essere
ulteriormente attenuata dall'osservazione che oggigiorno abbiamo
probabilmente il settore pubblico più vasto e la tassazione
più alta che il mondo abbia mai avuto. Può darsi
che i provvedimenti di liberalizzazione introdotti abbiano
abolito alcuni degli eccessi accentratori del passato, ma
non hanno sicuramente introdotto un sistema di "laissez
faire". E siccome la ritirata dei vari governi è
avvenuta alle condizioni ed alla velocità stabilite
da essi stessi, bisogna chiedersi se veramente la liberalizzazione
sia andata troppo avanti, o se invece essa non sia andata
avanti abbastanza.
Quando dico che intendo difendere il capitalismo, ciò
che ho in mente è la libertà offerta dal sistema
capitalista di poter procedere per tentativi e con la possibilità
di sbagliare, senza dover prima chiedere il permesso a governanti
e funzionari di dogana. Questo è il tipo di libertà
che io un tempo ritenevo sarebbe stata resa possibile dall'anarchia,
sotto il controllo tuttavia di leggi che garantiscano che
la libertà di un individuo non vada ad intaccare la
libertà altrui. Io voglio che ognuno abbia questa libertà
in abbondanza. Se i critici del capitalismo ritengono che
noi oggi abbiamo già una super abbondanza di tale libertà,
ebbene io vorrei averne ancora di più - una super-super
abbondanza possibilmente - specialmente per le popolazioni
povere del mondo le quali, per come stanno le cose adesso,
hanno poca voce in capitolo in merito al proprio lavoro ed
ai propri consumi. È per questo che non ho esitazioni
nell'intitolare questo libro In Difesa del Capitalismo Globale,
sebbene il "capitalismo" che io celebro sia
in realtà un possibile sistema futuro, piuttosto che
un sistema esistente attualmente.
Per capitalismo io non intendo specificatamente un sistema
economico basato sul possesso di capitale e la possibilità
di poterlo investire. Queste cose possono esistere anche in
un'economia statalista. Ciò che io intendo è
l'economia di mercato di stampo liberale, con una libera concorrenza
basata sul diritto di poter utilizzare i beni in proprio possesso
e la libertà di negoziare, giungere ad un accordo ed
avviare un'attività imprenditoriale. Quello che sto
difendendo, quindi, è la libertà del singolo
individuo nell'economia. I capitalisti divengono pericolosi
quando, anziché cercare di ottenere un guadagno per
mezzo della competizione, si alleano invece col governo. Se
il governo è una dittatura, queste aziende possono
facilmente divenire compartecipi in violazioni dei diritti
umani, com'è successo a variecompagnie petrolifere
Occidentali operanti in stati Africani(5). Per la stessa ragione,
i capitalisti che si aggirano furtivamente per i corridoi
del potere politico alla ricerca di benefici e privilegi non
sono veri capitalisti. Al contrario, essi sono una minaccia
al libero mercato e come tale essi devono esser criticati
e contrastati. Spesso gli imprenditori vogliono giocare a
fare i politici, ed i politici vogliono giocare a fare gli
imprenditori. Ma questa non è un'economia di mercato,
è un'economia mista in cui gli imprenditori ed i politici
hanno confuso i propri ruoli. Il libero capitalismo esiste
quando i politici perseguono politiche liberali e gli imprenditori
si dedicano agli affari.
Quello in cui credo veramente, al di sopra di ogni altra
cosa, non è il capitalismo o la globalizzazione. Tutto
ciò che vediamo attorno a noi in termini di prosperità,
innovazione, comunità e cultura non è ottenuto
da sistemi o codici di regolamentazione. Queste cose sono
create dall'uomo. Io credo nella capacità dell'uomo
di realizzare grandi cose, e credo nella forza che viene a
crearsi dalla combinazione dei nostri scambi ed azioni reciproche.
Il mio implorare una maggiore libertà ed un mondo più
aperto, non è dovuto al fatto che io creda che un sistema
sia più efficiente di un altro, ma è perché
queste due cose creano un ambiente che - come nessun altro
- non mette guinzagli alla creatività degli individui.
Esse stimolano il dinamismo che ci ha portato progressi umani,
economici, scientifici e tecnici. Credere nel capitalismo
non significa credere nella crescita, nell'economia, o nell'efficienza.
Per quanto desiderabili possano essere, esse ne sono soltanto
il risultato. Nel suo nocciolo fondamentale, il credere nel
capitalismo significa credere nell'umanità.
Al pari della maggioranza dei liberali, posso concordare
con il parere del primo ministro socialista Francese Lionel
Jospin il quale disse che dobbiamo avere "un'economia
di mercato, non una società di mercato." Il
mio obiettivo non consiste nel far sì che le transazioni
economiche rimpiazzino tutti gli altri tipi di rapporto tra
individui. Il mio obiettivo consiste nell'avere libertà
e rapporti volontari in tutti i campi. Nell'arena culturale,
ciò significa libertà d'espressione e di stampa.
In politica, ciò significa democrazia e che nessuno
sia al di sopra della legge. Nella vita sociale, ciò
significa diritto di vivere secondo i propri valori e diritto
di scegliere con chi stare in compagnia. Ed in economia, ciò
significa capitalismo e liberi mercati.
Non è mia intenzione che si metta su ogni cosa un
cartellino col prezzo. Alle cose importanti della vita - amore,
famiglia, amicizia ed il proprio modo di vivere - non si può
assegnare un valore monetario. Coloro che credono che i liberali
ritengano la gente agisca sempre col fine di massimizzare
il proprio guadagno non capiscono niente dei liberali, e quel
liberale che ragiona secondo tali linee non capisce niente
della natura umana. Non è il desiderio di ricevere
una maggiore retribuzione che mi spinge a scrivere un libro
sull'importanza della globalizzazione, piuttosto che fare
il commercialista od il pescatore. Sto scrivendo su un argomento
in cui credo, un argomento che ha importanza. E desidero vivere
in una società liberale, poiché tale tipo di
società dà agli individui il diritto di scegliere
ciò che loro stessi ritengono importante.
Per concludere, vorrei offrire i miei sentiti ringraziamenti
a quegli amici che mi hanno aiutato a raccogliere in modo
ordinato le mie idee su questi argomenti e che lo hanno fatto
per la semplice ragione che queste questioni sono importanti
anche per loro, specialmente nel caso di Fredrik Erixon, Sofia
Nerbrand e Mauricio Rojas. Un grosso ringraziamento anche
a Barbro Bengtson, Charlotte Häggblad e Kristina von
Unge, per la loro efficienza nel rendere presentabile il mio
manoscritto.
Johan Norberg
Stoccolma, settembre 2001
Note:
(1) Barber, Benjamin R. (2000), "Globalizing Democracy."
The American Prospect, vol. 11, no. 20, September 11, p.16,
<www.prospect.org/print/V11/20/barber-b.html>
(2) Ehnmark, Anders (1999), Minnets hemlighet: en bok om Erik
Gustaf Geijer. P.60, Stockholm: Norstedts.
(3) Berg, Lasse & Karlsson, Stig T. (2000), cap. 1, I
Asiens tid: Indien, Kina, Japan 1966-1999. Stockholm: Ordfront
(*) Utilizzo il termine "liberale" col suo
significato Europeo per indicare quelle persone che, rifacendosi
alla tradizione liberale del XIX secolo, sostengono il libero
commercio ed i mercati aperti - libertà sia economiche
che civili - piuttosto che col significato comune Americano
che si riferisce a una posizione politica di centrosinistra.
Nel linguaggio politico Americano il termine "libertario"
è forse più simile a ciò che ho in mente
(4) Gray, John (1998), False Dawn: The Delusions of Global
Capitalism. pp. 39-43, New York, NY: The New Press,
(5) Vedasi, ad esempio, Human Rights Watch (1999), The Price
of Oil: Corporate Responsibility and Human Rights Violations
in Nigeria's Oil Producing Communities. New York, NY: Human
Rights Watch, <www.hrw.org/reports/1999/nigeria/index.htm>
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